Don quijote di Orson Welles

 

DON QUIJOTE

di Orson Welles

 

|| in collaborazione con Alberto Brodesco ||

 

Di cosa vuole parlarci Orson Welles seguendo il mesto trottare di Ronzinante e del suo cavaliere? La constatazione ovvia è che il regista voglia trasporre il grande romanzo di Cervantes. Va esclusa: sono troppi gli scarti, le divagazioni, le infedeltà rispetto al testo del Don Quijote. La seconda idea è che Welles si sia innamorato della Spagna e l’abbia voluta, a suo modo, fotografare. Anche questa ipotesi va respinta: lo sguardo di Orson Welles disdegna ogni interesse per una piatta etnografia e, ancor più, per il macchiettismo. Un’altra teoria accreditata è che Welles voglia parlarci del cinema e del suo linguaggio: Don Quijote racconterebbe della lotta contro i mulini a vento del fare cinema, alluderebbe all’inganno fondamentale delle immagini in movimento, che forzano a prendere per reali dei personaggi di fantasia. La sequenza in cui Quijote si scaglia con la lancia contro uno schermo cinematografico e i fantasmi che riflette sembrerebbe avvalorare questa lettura.

Ma Orson Welles è troppo pragmatico per interessarsi di meta-cinema e affini. Don Quijote ci parla allora forse del tema del fallimento? O della ricerca dell’opera perfetta, dello sforzo inesausto per realizzare un capolavoro? Qualsiasi tentativo di spiegare la pellicola appare falsificabile, nessuna risposta si dimostra risolutiva. L’unico modo di entrare in contatto con il film è perdersi insieme a Quijote e Panza per false piste, sbagliare strada. Ogni errore, ogni esitazione, ogni fraintendimento segna con tratti sempre più profondi la lettera “F”, quella F for Fake che sta alla base del cinema. E ci conduce paradossalmente nella direzione dell’autentico.

 

 

Don Quijote

di Orson Welles

con Orson Welles, Fernando Rey, Francisco Reiguera

USA/Spagna, 1979

112′