La creatura che chiamiamo umana

 

LA CREATURA CHE CHIAMIAMO UMANA

 

 

Nel prologo al suo “Libro degli esseri immaginari”, Borges osserva che un simile testo «potrebbe ammettere l’inclusione del principe Amleto, del punto, della linea, della superficie, dell’ipercubo, di tutti i termini generici e, forse, di ciascuno di noi». A quanti si interessano di zoologia fantastica, d’altra parte, non sfugge il fatto che il più misterioso tra gli esseri immaginari è senz’altro l’essere umano. Diogene dichiara di non averne mai visto uno. Zhuang-zi afferma che sono rarissimi quelli veri (instillando così nel lettore il terribile presagio della sua irrealtà o insussistenza). Nietzsche, a sua volta, denuncia il carattere illusorio e difettoso dell’umanità: gli uomini, dal suo punto di vista, sarebbero troppo umani (per vivere davvero). Romanzieri e poeti, per contro, non sembrano dubitare della realtà dell’essere umano; nemmeno la poetessa Marianne Moore, che pure, nel suo mirabile bestiario letterario, dedica ad esso soltanto pochi versi elusivi (all’interno, per giunta, di una lunga poesia sul pangolino):

 

«[...] Sotto il sole o la luna,

l’uomo che suda a rendere più dolce la sua vita, perde

metà dei fiori che meritano d’essere raccolti,

forzato com’è a scegliere un uso saggio della sua forza;

fabbricante di carta, come la vespe; trasportatore di derrate,

come la formica; intento a tessere

una campata di fili di ragno

tra due dirupi sopra una fiumana: meccanizzato in guerra,

come il pangolino; e pronto a capovolgersi

nello scoramento. Vestito di colori sgargianti o tutto nudo,

l’uomo, l’io, la creatura che chiamiamo umana [...]

ha un vigore indomabile,

capacità di crescere,

sebbene siano poche le creature capaci come lui

di mettere l’affanno e di tenere sulle spine [...]».